A tu per tu con...Filippo Galli - I AM CALCIO AVELLINO

A tu per tu con...Filippo Galli

Parola alla leggenda rossonera
Parola alla leggenda rossonera
AlessandriaFocus

Con grande piacere vi proponiamo l’interessantissima chiacchierata fatta con Filippo Galli, Responsabile del settore giovanile dell’A.C. Milan, e Fabio Pansa, Dirigente Responsabile Milan Junior, in occasione dell’evento organizzato dalla società della Tiger Novi Scuola Calcio Milan, lunedì 28 settembre, presso il Museo dei Campionissimi. Cogliamo l’occasione per ringraziare della grande opportunità dataci la dirigenza tutta ed in particolare Franco ed Alec Ciliberto, rispettivamente Vice Presidente e Direttore Sportivo della società novese.

-Filippo, partiamo dal vostro metodo di lavoro, teso a riportare il calcio italiano ai livelli che gli competono. Quali sono le vostre prerogative? Descrivici la vostra struttura organizzativa.

Noi lavoriamo in un modo ben preciso, abbiamo dei dogmi che sempre rispetteremo ma, negli ultimi anni, come è giusto che sia, siamo stati in giro per l’Europa e fortunatamente abbiamo imparato molto da quelle che sono le società che sviluppano nel migliore dei modi i loro settori giovanili: parlo di Ajax e Barcellona, da sempre all’avanguardia sotto questo punto di vista, infatti queste due squadre mettono in campo più del 50% di giocatori provenienti dai loro vivai, mentre le squadre italiane non vanno oltre al 10%, il che fa pensare. In Italia, ogni allenatore ha la sua squadra ed i club non danno indicazioni ben precise rispetto ai principi, ai valori ed alla filosofia da seguire, invece, quello che abbiamo potuto osservare all’estero è proprio la ricerca dell’insegnamento della coerenza e della continuità intesa come educazione dei giocatori insistendo sugli stessi principi individuali e di squadra, partendo dai più piccoli fino ad arrivare ai più grandi. Al Milan siamo cercando di portare questo metodo di lavoro per creare un sistema e far si che un allenatore non veda il settore giovanile come la “sua” squadra, ma come un gruppo di giocatori che rappresentano il patrimonio del club. L’obiettivo del Milan è quello di concentrarsi non solo sull’aspetto tecnico o atletico, ma anche mentale e psicologico, anche se questo cambiamento in Italia può far paura, è necessario. Il nostro è una sorta di progetto pilota con il fine di arrivare a creare un sistema attraverso il quale si possano formare giocatori e uomini. Arrivando a parlare di ciò che vediamo sul campo, mi viene in mente una frase del nostro Presidente che, durante il suo insediamento disse: “Il Milan deve essere padrone del campo e del gioco”. La conclusione del discorso fatto finora è che il nostro scopo sul campo è quello di essere in possesso palla e ciò implica prendere delle decisioni e fare delle scelte, e tutti i nostri giocatori devono farlo per essere parte del gioco. Concretamente credo che oggi sia sbagliato considerare una tattica vincente quella del pressing, che non è nient’altro che una tecnica difensiva. Questa è un’altra grossa differenza col calcio del resto d’Europa, da noi si insegna a gestire la situazione quando la palla ce l’hanno gli altri e non viceversa. Io ho lavorato con Arrigo Sacchi, giocavamo con un pressing offensivo, nella ¾ d’attacco, basato su movimenti del non possesso, quindi la fase del controllo del pallone era una semplice conseguenza. Tornando al presente, è vero che mettiamo a nudo le difficoltà dei ragazzi, comunque aiutati a reagire agli errori; sappiamo che sarebbe più facile calciare il pallone a 40/50 metri e salire, ma io credo che un giocatore che è passato attraverso il nostro calcio sia agevolato per il suo futuro quando dovrà affrontare avversari di livello, dentro e soprattutto fuori dai confini italiani. Ovviamente ciò che ci facilita molto è la possibilità di avere a disposizione i video da analizzare al termine delle nostre partite, ad esempio noi riteniamo azioni conformi al nostro stile di gioco solo quelle in cui ci sono almeno 7/8 passaggio e sono coinvolti 8/9 giocatori ed è facile comprendere che vivendo la partita da dentro al campo sia abbastanza difficile notare queste e molte altre cose.

-Quindi possiamo dire che il problema del calcio italiano, giovanile e non, sia esclusivamente tecnico o le difficoltà sono dovute anche alla mancanza di riforme ed alla deficitaria cultura sportiva?

È un discorso sicuramente culturale perché si da un’eccessiva importanza al risultato, in ogni categoria si ha, giustamente, il desiderio di conquistare successi, soprattutto quando c’è un importante investimento fatto dal club, ma è un errore costruire una strategia col solo intento di ottenere una vittoria a tutti i costi, in particolar modo tra i più giovani. In noi e nei ragazzi c’è già voglia di vincere, ma se esasperiamo questo concetto e pensiamo di riuscirci senza proporre un calcio formativo, vuol dire che come club abbiamo fallito. È nostro compito inserire le famiglie in questo meccanismo, anche i genitori devono essere al corrente dei nostri metodi così da remare tutti nella stessa direzione per evitare di ritrovarsi un calcio in cui si cerca sempre di sfruttare l’errore dell’altro. Certamente anche le riforme sono da considerare e anche in questo caso ritengo opportuno osservare l’organizzazione del calcio estero, un esempio per tutti il fatto di avere le seconde squadre, dove dare spazio e responsabilizzare maggiormente i giovani, potrebbe essere un buon viatico. Sicuramente ciò che non va nei settori giovanili si proietta direttamente a tutto ciò che riguarda il calcio italiano in generale, sia per le società che per la nazionale che infatti negli ultimi anni si è impoverita dal punto di vista tecnico-tattico.

-Dando manforte alle teorie di Galli, interviene il Dirigente Responsabile Pansa.

Come rappresentante delle scuole calcio Milan mi sento di confermare che un giocatore pensante deve avere un allenatore pensante e nel momento in cui hai questa cultura sportiva vai a migliorare la qualità del lavoro, perché non si può considerare fallimentare la stagione di un bambino solo perché non ha vinto. La parte che ci interessa e in cui molte scuole calcio ci seguono, è quella di essere coerenti e corretti nei confronti dei bambini che, purtroppo, a volte pagano gli errori degli adulti.

-Veniamo dunque alla Tiger, Filippo. Cosa vi ha spinto a prendere sotto la vostra ala una società come la Tiger Novi? Risponde a determinati requisiti che ricercate?

È bastata una telefonata per far si che nascesse questa collaborazione tra noi e la Tiger. Ci siamo trovati fin da subito sulle stesse frequenze, anche Ciliberto ed il suo staff la pensano come noi, pur dando tutto per emergere, non si focalizzano esclusivamente sui risultati, ma hanno come obiettivo quello di costruire un settore giovanile di ragazzi responsabili e vogliosi di imparare il gioco del calcio puntando ad acquisire capacità da sfruttare in prospettiva futura. In definitiva, non pretendiamo particolari requisiti, non ci interessa che le società possiedano delle strutture proprie, che siano ben tenute o fatiscenti, quello che conta realmente è la passione che dirigenti, tecnici e giocatori possiedono, quindi possiamo dire che il vero requisito che cerchiamo sono le persone che con entusiasmo e coinvolgimento affrontano ciò che di più o meno bello il calcio può offrire.

Ringraziamo Filippo e Fabio per la grande disponibilità e dedizione dimostrate nei loro interessanti racconti. Siamo sicuri che la Tiger Novi Scuola Calcio Milan sarà capace di sfruttare al meglio le opportunità concesse loro dalla società milanista.

Andrea Bottazzi